Degustare i vini in modo analitico cogliendo i più variegati aspetti e le più ricercate note di profumi, è una pratica molto recente; e quando dico recente mi riferisco agli anni ‘60 del secolo appena passato. Non così vicina però è la nascita della spumantizzazione. Già dal 1600 nella famosa zona dello Champagne nasce quello che diventerà il numero uno delle bollicine su scala mondiale.

Una zona colpita da venti freddi, situata a 200 km a Nord-est di Parigi, la montagna di Reims che serve da scudo, ai suoi piedi una valle e poi il fiume Marna. Questa era ed è tutt’oggi la regione dello Champagne dove si produceva già dal Medioevo una grande varietà di vini; ma questi erano vini fermi, prodotti dai contadini francesi, che spesso una volta stappati si presentavano come vini diversi, mutati: frizzanti.

È qui che si inserì il noto nome Dom Pérignon. Egli era un monaco benedettino addetto alle cantine del monastero di Hautvillers che osservò e studiò questi mutamenti; dopo anni di ricerche arrivò ad una soluzione: assemblando (blanching) uve di diverse provenienze (fredde e calde: Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier) si poteva ottenere un equilibrio nel vino che poi “riposando” in cantina poteva affinarsi e diventare un nettare unico e soprattutto di qualità costante.

Infatti la caratteristica importante nello Champagne, come nei Prosecchi italiani o nei Cavas spagnoli è quella della standardizzazione del vino. Il gusto e l’organolettica che si sprigiona deve essere immutata negli anni di produzione; è una sfida continua che necessita del cosiddetto “Capo di cantina” che possiede gelosamente la ricetta del liqueur de tirage, aggiunto prima di imbottigliare il vino e porlo sulle poupitre.

Oggi abbiamo raggiunto livelli molto alti nella produzione dei vini spumantizzati, sia per la quantità che per la qualità. Non a caso questa tipologia di vini è quella che ha da sempre risentito meno dei cali di consumi nel mondo enologico.

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