Capita spesso che, passeggiando tra le rovine di antichi popoli, ci si imbatta in qualcosa di vivo, che testimonia il passaggio inesorabile del tempo: è il caso di Pompei. A pochi passi dall’Anfiteatro ci si trova davanti a un vero vigneto in piena vendemmia, destinato alla produzione di uve Piedirosso e Sciascinoso, esattamente in un’area che in antichità era usata per gli stessi fini.

I vigneti, collocati nella stessa posizione originaria grazie all’utilizzo dei calchi delle radici, rispecchiano le poche informazioni tramandate su quelli di 2000 anni fa grazie all’ausilio degli affreschi, reperti e resti vegetali, che hanno permesso di individuare il posto precisamente. «Si tratta, probabilmente, del Piedirosso, che si è conservato, grazie alla tradizione contadina, nell’idioma che deriverebbe dall’antica uva Columbina Purpurea, così denominata poiché la rachide e il pedicello rossi ricordano le zampe dei colombi – spiega la dottoressa Anna Maria Ciarallo, responsabile del Laboratorio di Ricerche Applicate – Così, con la collaborazione di Antonio Mastroberardino, sono iniziati nel ‘92 i primi studi sperimentali sui reperti e sul terreno».

La produzione del vino Villa dei Misteri, con etichetta Mastroberardino, ha preso avvio nel 2001: parte del ricavato delle 1400 bottiglie di vino vendute all’asta, ha permesso il restauro della Cella Vinaria nel Foro Boario. Villa dei Misteri è quindi un vino più unico che raro e per ora è in produzione limitata, destinato a pochi fortunati. Con un’iniziativa delle cantine Mastroberardino, un saggio del prodotto è stato mandato alle diverse ambasciate: un modo per conoscere e riconoscere il territorio in un bicchiere di vino.

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