Dal campanile risuonavano i rintocchi ferrosi delle tre del pomeriggio. La terra crepata lasciava andare il calore che saliva verso l’alto. Fronte madida di sudore, un bertin sulla testa e uno sguardo confuso al di là della collina. Le onde di calore confondevano e affannavano la vista, un sospiro e poi nuovamente chino tra le foglie più basse a cercare un grappolo di quelli buoni, di quelli degni di esser portati alla cavagna poggiata al suolo. Ogni grappolo reciso come un cordone ombelicale del proprio figlio, con cura preso tra le dita e poggiato lì in mezzo a mille altri, per non risultare uguale nella confusione di acini purpurei.

La stagione non pareva delle migliori, si mormorava così. Si bisbigliava in silenzio tra i filari di chi era sempre pronto a scambiare due parole, al quanto ipocrite, con il vicino di vigna. Vicino e rivale. Si scruta spesso la vita di chi è vicino per definire l’andamento della propria, come uno specchio che non riflette la giusta immagine ma solamente l’astratta sensazione d’esser meglio degli altri. Ebbene, oltre le feste popolari per definire l’inizio della vendemmia si scruta il vicino. Se il vicino incomincia è ora di darsi da fare, se il vicino tarda ad arrivare con le cesoie ciò significa che il poveretto non ha avuto l’astuzia e l’intelligenza di cogliere il momento più opportuno per l’inizio dei lavori. Sia mai il fatto di collaborare, “siamo mica una cantina sociale noi altri”. Ognuno lavora per se e tutti lavorano per tutti, e poi ognuno porta il mosto in fermentazione nella propria cantina, mica in quella del vicino.

Parole sante, mi venne da pensare per un attimo. Parole ipocrite, mi venne da riflettere subito dopo, dal momento che il vino è vero che ognuno se lo produce per sè, ma altrettanto vero è il fatto che questo venga venduto a terzi in cambio di denaro. Ma del denaro in quegli attimi non si profanò parola. E cosa dire dell’immagine del prodotto che parla e fa parlare di sè portando il peso del territorio, dell’immagine collettiva, delle chiacchiere giornalistiche che rispecchiano il lavoro di parecchi uomini appartenenti alla stessa terra e cultura.

Ma in quegli attimi non si profanò parola, né dell’immagine collettiva né di chiacchiere giornalistiche. Il vecchio mi guardò con occhi vitrei, indicò l’angolo in fondo alla vigna, mi fece intendere che era l’ora di riposarsi. Portò la cavagna vuota con sé, la mise affianco a un nocciolo. Mi misi a sedere, di fianco a un pozzo coperto con una vecchia lamiera di metallo. Si mise a sedere anche lui. Neanche il tempo di evidenziare il fatto di avere necessità di reintegrare i liquidi che dal fondo del pozzo emerse un pintone di vino. Avrei preferito un goccio di acqua fresca, mi fu sconsigliato vivamente dalle parole di chi aveva più esperienza di me a riguardo. Non che non ci fosse l’acqua al fresco, ma era chiaro il fatto che da quella bottiglia di plastica non sarebbe uscito nulla di buono, forse una congestione dovuta alla bassa temperatura di questa. Pareva ghiaccio, optai per il vino. Una congestione non sarebbe stata per nulla piacevole. No, assolutamente no, mi diedi dell’ipocrita. Mi voltai e subito dopo le mie mani incontrarono la freschezza del vetro pieno e il calore dei calli di chi me lo porgeva. Guardai dritto negli occhi e ringraziai con un mezzo inchino del capo augurando salute e prosperità al mondo. Portai le labbra al bicchiere, il vino alla bocca, i pensieri altrove. Masticai i tannini ancora ruvidi per un paio di minuti. E poi furono parole, pensieri e bestemmie. Sulla vita, sulle donne, sulla vigna, sui grandi rimpianti e sulle grandi fatiche a sognare ancora.

“Non si può sognare ancora quando tutto ciò che vedi sai che in un futuro andrà a morire. Vedi, i giovani non ci vengono più qui, il lavoro è duro, la terra è bassa e non esiste ne domenica né festività”. Mi sentii per un attimo perso, solo e senza alcuna parola di incoraggiamento. Il calore del vino divenne acqua di ghiaccio ferma sullo stomaco, pure la terra parve divenir gelata. Le mani poggiate al suolo persero sensibilità, esattamente come i piedi e le gambe. Feci per alzarmi, ma nulla da fare. Un senso di triste ebrezza mi pervase il corpo, la mente, fino a strozzarmi l’ombelico. Cercai di dire la mia a riguardo, di profanare sogni e buone speranze. Ma invano. Gli occhi lucidi mi stavano a guardare. Le prime lacrime scesero dai solchi delle rughe come fiumi in piena, per poi schiantarsi in terra.

Sarebbe stata l’ultima vendemmia. L’anno dopo le vigne furono vendute per una manciata di soldi a una grande cantina di fama internazionale. Del vecchio non seppi più nulla. Forse fu solo frutto della mia immaginazione. Forse di reale non vi era nulla, se non l’ombra di un nocciolo.

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