Prendi dell’orzo, fallo divenire malto, aggiungi acqua e cuoci, questo fermenta divenendo bevanda.

Queste con molta probabilità furono parole bisbigliate in confidenza, forse più di settemila anni fa, da popolazioni dal linguaggio arcaico che, intente nella ricerca di spiegare il perché di questa vita sulla terra, si ritrovarono improvvisamente a gola arsa.

Parole in confidenza di persone che avevano intuito che quasi tutti i cereali contenenti particolari zuccheri erano, e sono, in grado di andare incontro ad una fermentazione spontanea grazie ai lieviti presenti nell’aria e al di sopra del cereale.

Parole di diverse lingue e di tribù lontane che si trovarono lungo il percorso, anche se probabilmente in epoche differenti, a sperimentare il proprio magismo, a dare vita alla parola sbiascicata, a ridare tenore di giusta umidità a quella lingua ballerina che anzitempo di saliva si privò per gocciolarla nel mosto e scongiurare l’arsura di una mancata fermentazione.

Dall’orzo, per mezzo del pane a farsi birra, così narra un’antica poesia sumerica in onore alla divinità patrona della birra: Ninkasi.

Risalente almeno al V millennio a.C. ha attraversato tutte le epoche, dall’Antico Egitto, passando per la Mesopotamia, dai Greci che la versarono nei calici romani, per poi riversare la bevanda alla condanna barbarica di popolazioni che ancor oggi fanno della birra il simbolo sociale e culturale del paese di appartenenza.

Come un’epopea senza fine; dal selvaggio Enkidu, sino alle più moderne birre che possiamo trovare oggi sul mercato.

Bevanda che in ogni tempo ha saputo modificarsi, dall’adattarsi alle varie condizioni di gole assetate per poi ritrovarsi nell’originalità di un sapore che profuma di cultura, cambiata sia nell’aspetto che nel sapore per giungere liquida sino ai giorni nostri, quasi a tentare una dicotomia poco sensata con l’altra bevanda ancestrale che è il vino.

Non sarebbe di alcun senso paragonare i due inebrianti liquidi per cercarne un confronto a decifrare quali dei due sia meglio.

Non vi è né un meglio né tanto meno un peggio.

E sarebbe altresì stupido parlare di vino o birra in maniera semplicistica almeno quanto  l’affermazione “A me non piace la birra, ma solo il vino”, non esiste un vino, ma differenti tipologie di vini, esattamente come non esiste la birra, ma un cosmo sempre in evoluzione di birre.

Tecnologie che si fondono con la tradizione nel mondo del vino come quello della birra.

E come non citare l’infinita dimensione dei distillati, creati per rubare l’essenza e l’anima alla frutta, per farne un dolce profumo di squisita intensità e personalità, partendo dal rum, dove il solo vero succo di canna da zucchero regala emozioni che portano alla mente il calore ritmato dall’andare e venire delle onde sulla battigia d’oro, fino ad arrivare alle fredde lande dell’est Europa dove patate e cereali sapientemente distillati donano freschezza alla mente e tepore al corpo, potremmo continuare, ma non ci resta che sorseggiare i gusti del mondo, bisbigliando alla nostra mente quanto sia d’incanto il liquido che abbiamo versato nel bicchiere.

Ne prende la forma, ne rispecchia la luce, inebria la stanza.

Sottovoce, come una bisbigliata confidenza con l’anima, per placarne la sete.

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