Il vino “senza eguali” ha origini antichissime che risalgono all’epoca del re d’Ungheria Carlo Roberto d’Angiò. In quelle terre nella zona di Aversa, il cantiniere degli Angioini scoprì una particolare caratteristica che si sposava benissimo col tipo di viticoltura richiesta dal popolo normanno: una grande produttività del terreno per dare grandi riserve di vino spumante e di ottima qualità.

È così che venne la brillante idea di far crescere tralci di viti in simbiosi con alberi da pioppo; le viti venivano piantate ai piedi dei pioppeti che in questo modo crescevano insieme a loro in uno stretto rapporto di sostegno, necessario per far innalzare la vite -una pianta tipicamente molto bassa- ad altezze vertiginose per l’uva stessa.

Nacquero così i tralci di vite “maritati”, proprio per questo sposalizio con gli alberi da pioppo, che presero poi il nome di “Alberata aversana”. Le viti raggiungono tutt’oggi l’altezza di 15-20 metri da terra, rendendo la vendemmia una vera e propria ardua sfida per i vignaioli che lavorano in quelle terre; proprio per questo motivo questi “arrampicatori” sono persone con un’esperienza innata che si servono di scale di legno apposite per elevarsi ad altezze simili e riuscire in questa eccezionale opera d’arte della natura.

Da queste uve ne esce un vino bianco fermo unico in ogni sua accezione, un vino che Mario Soldati ha descritto con queste parole: “Non c’è’ bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio: nessuno. L’Asprinio non ha una sola vena dolce. Profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non lo si può immaginare se non lo si gusta… che grande piccolo vino!”.

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